L’Isola nel sole

L’Araucaria, oltre la famosa pianta, è il nome dato a questa splendida villa sul mare, già dimora temporanea di Luchino Visconti, che si trova a pochi metri dal nostro albergo.

Chi, come me, ha avuto la fortuna di dormirci per qualche tempo e di farsi cullare dal rumore del mare, non può che apprezzare i ricordi di questi autori e dell’atmosfera che ancora oggi, come allora, si respira.

Alfredo

 

(I due autori lasciano l’Albergo del Porto e si trasferiscono nella nuova casa: l’Araucaria) “Anche se su una carrozza locale riuscivano ad incastrarsi, per un giro serale su e giù per le strade, fino a sei o otto giovani, una volta che fossero riusciti a mettere insieme i soldi necessari, in realtà su di essa c’era posto solo per due persone e non per i bagagli. Come la maggior parte dei novelli sposi, eravamo arrivati con una quantità impressionante di colli, e li avevamo aumentati regolarmente durante il nostro soggiorno sull’isola: furono necessarie non meno di cinque carrozze per il nostro trasloco. Con una lunga esperienza in fatto di processioni, i nostri cocchieri ischitani sapevano istintivamente come questa in particolare andava condotta. Quando fummo informati che tutto era pronto ed uscimmo infine dalla casa, accompagnati da quasi tutta la famiglia Bonifacio, le cinque carrozze erano lì pronte allineate, quattro cariche delle nostre proprietà, e quella centrale vuota e pronta davanti alla porta. In tal modo avevamo un’avanguardia ed una retroguardia, nonché una massa compatta di spettatori sul lato opposto della strada. Tra un ampio sventolare di fazzoletti e di mani ed un abbondante schioccare di fruste, partimmo di gran carriera, dato che l’occasione richiedeva si andasse a rotta di collo, facendo rombare e risuonare le ruote sui lastroni irregolari, mentre noi oscillavamo violentemente e ci aggrappavamo l’uno all’altra e vedevamo con grande ansietà le nostre montagne di bagagli che oscillavano, ondeggiavano e traballavano, eppure in qualche modo miracoloso restavano in equilibrio. Ad un certo momento della nostra avanzata ci fermammo: i cocchieri afferrarono le briglie e, balzando a terra, si avvicinarono alle teste dei cavalli. Eravamo arrivati al punto in cui la strada lasciava la via principale per seguire uno stretto passaggio che portava al mare ed a casa nostra. Recava il sontuoso nome di Via Rougemont (Via Champault) ma il nome via era un puro titolo di cortesia, perché niente al mondo era più inadatto ad essere chiamato strada. Grossi pezzi di roccia lavica sporgevano al centro, formando una catena montuosa in miniatura, completa di crepacci, frane e valli desolate, in cui l’acqua dei piatti delle case dei pescatori lì attorno luccicava in laghi grigi. Agili come camosci di montagna i cavalli sceglievano la strada tra gli ostacoli disposti dalla natura per impedirci di avanzare, tirando le carrozze recalcitranti che gemevano e si dibattevano sulle loro molle sottili. A contrastare tutto quel nero sotto i piedi, capi di biancheria intima dai vivaci colori, risultato del bucato della giornata, sventolavano allegramente sopra le nostre teste. I proprietari che al suono del nostro corteo che si avvicinava si erano riuniti sulle soglie, indicavano contenti l’avanguardia del nostro bagaglio e, quando fu il nostro turno, gridarono un caldo “Buona sera!” con la stessa cordiale semplicità che avrebbero usato se avessimo sempre vissuto tra di loro. Alla fine di quell’atroce strada c’era una piazzetta, dove fummo costretti a scendere dalla carrozza e a continuare a piedi lungo un passaggio ancora più stretto fino al bordo dell’acqua….